Un popolo di poeti… Estratto articolo

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(Estratto da http://www.glistatigenerali.com)

“Provate a chiedere a un avvocato, a un medico, a un ingegnere o anche a un pubblicitario di dirvi quali siano i poeti italiani di età compresa tra i settanta e i quarant’anni che apprezzano di più. È abbastanza facile che molti tra gli intervistati non saprebbero che cosa dire, quali nomi fare. Potrete obiettare che si tratta di un test del tutto empirico, a cui sono ammesse numerose eccezioni. D’accordo, è così. Ma è probabile che, ripetendo l’esperimento, si avrebbe alla fine l’impressione che i poeti italiani contemporanei, anche quelli con un percorso più solido, fuori dall’ambito stretto di chi scrive poesia, di chi la legge e la studia per passione o per lavoro, siano poco conosciuti, anche tra persone di buona cultura”.

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La nuova Epica: su Il Portatore di Corni di Fabrizio Corselli

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La nuova Epica: su Il portatore di corni di Fabrizio Corselli, a cura di Gabriele Marchetti.

Un profondo saggio sull’Epica, sul poema a carattere epico e sulla mia poetica.

Un ottimo preludio all’evento del 27 Novembre presso la Mondadori di Palermo.

Il canto del cigno – Nibelung e il Cigno nero

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Il canto del cigno

 
Con Icaro egli condivide
la medesima e infausta sorte,
perché, ahimè, fin troppo
si è avvicinato al Sole
da nobile e libera creatura;

così, il poeta glorioso
fallisce nel ricercare
quel vuoto ineffabile
che oltre si cela le nuvole
d’una digerita illusione.

Dunque, egli strepita
allo stesso modo del cigno
mentre pian s’appresta
a morire esanime il verso
oltre le più alte vette
di una lirica sembianza.

Nel silenzio di tale Oblio
per sempre giace
del poeta la propria tomba.

La poesia, il suo epitaffio.

(Estratto da “Nibelung e il Cigno nero – Linee Infinite Edizioni”. Sezione “Cigno nero”)

Estratto da “Nibelung e il Cigno nero – Linee Infinite Edizioni”

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Dunque, egli strepita
allo stesso modo del cigno
mentre pian s’appresta
a morire esanime il verso
oltre le più alte vette
di una lirica sembianza.

Nel silenzio di tale Oblio
per sempre giace
del poeta la propria tomba.

La poesia, il suo epitaffio.

La vertigine del Bello – Estratto

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Il poeta affronta il “pericolo” dello smarrimento ma anche il “piacere” dello stordimento, del cadere vittima della divinità stessa, l’Ispirazione, in una sorta di contemplazione estatica. La relazione di tale piacere interessa anche una pratica ludica vigente nella sfera dei bambini, quella dell’Ilinx; parola greca che significa «gorgo». Consiste nel piacere della mancanza, del capogiro, il fascino del panico ludico. Un’appercezione tipica del fanciullo che prova meraviglia innanzi a ciò che è a lui sconosciuto, a ciò che va scoperto poco a poco con gli occhi di chi ancora possiede il velo di quella illusorietà che lo preserva dalla freddezza di una cruda realtà. Le parti, spesso però si capovolgono, e il poeta, che fino a un momento fa aveva subìto l’influsso dell’incanto poetico, adesso riveste il ruolo di domino delle Muse ovvero di chi le coordina insieme, quali parti del tutto. Egli ricerca quel gorgheggio che tanto “oblia l’umano senno”, non presso le pendici del monte Parnaso, bensì oltre le liriche vette di una dimensione intelligibile che caratterizza la composizione di versi. Il canto incontra la propria forma, e così la poesia diviene il simulacro del potere delle Muse, di quella capacità che fatto d’Orfeo eterno cantore.

(Estratto dal Saggio breve “La vertigine del Bello” di Fabrizio Corselli)

Nibelung e il Cigno nero – Booktrailer ufficiale

Il poeta nelle vesti del “satyros”

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“Non basta mordere alcun frutto o attendere la seduzione operata da un potente incantamento (goeteia) perché il poeta, nel momento in cui varca i confini di quel bosco, e scosta le prime fronde di alcuni cespugli, entri in una dimensione in cui viene abbandonata ogni sorta di lucidità mentale, di legame con la realtà circostante; salvo viene fatto soltanto il suo istinto primordiale (natura dell’essere), la sua componente immaginativa, precordio di una attività ben superiore all’atto di intellezione; proprio quella primordialità che il poeta condivide con il capripede nello stato di satyros (“ebbro”), poiché più di ogni altro egli è come «quei Sileni, messi in mostra nelle botteghe degli scultori, che gli artigiani costruiscono con zampogne e flauti in mano, e che, quando vengono aperti in due, rivelano di contenere dentro immagini di déi[1]». Il poeta ha in sé il potere del poiein, della “creazione”, e ciò lo si ravvisa nel suo prodotto d’arte, capace di contenere nella struttura poetica, in poche parole – in virtù  di ciò che chiamiamo in stilistica, concentrazione testuale –, un intero cosmos. Una volta disvelato dell’opera il proprio gineceo, la propria Ignis Vesta, il fuoco del sublime che vi arde dentro divampa più che mai nel rivelare, in tutta la sua pienezza, la fiamma primigenia.”

Estratto dalla rivista A.L.I. (a cura di Fabrizio Corselli)

[1] Cfr. Platone, Simposio, a cura di Giovanni Reale, R.C.S. libri, Milano, 2000.

Kar’drak – La Poesia dei Draghi

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Il saggio breve “Kar’drak – La Poesia dei Draghi” è adesso disponibile per il download, a titolo gratuito, presso il sito personale dell’autore Fabrizio Corselli, sezione “Epica fantasy”.

Link diretto

“Sotto l’impulso dell’unificazione del linguaggio del Teframar, in quanto eccelsi depositari d’ambedue le stirpi, i dialoghi ebbero come temi principali una congerie di elementi tali da rappresentare essi stessi una sorta di neo componenti materiali in vista della creazione di un nuovo incantesimo, unico nel suo genere: l’ajar e il suo grande potere di manipolazione legato alla musica, la scultura, l’architettura, ma soprattutto il muvarnak divennero le basi strutturali per una nuova poetica. Il tatuaggio dei draghi assunse così il ruolo nodale di unico e solo progetto mensurale capace di unire tutti questi elementi in un’unica forma letteraria. Il kar’drak si stava accingendo al suo preludio.”

La Poesia e il Silenzio

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«Più tranquilla è la positura del corpo e più esso è atto ad esprimere il vero carattere dell’anima: in tutte quelle posizioni che troppo si discostano dalla tranquillità, l’anima non è nella condizione che le è più propria, ma in uno stato di violenza e di costrizione. L’anima si conosce e si caratterizza maggiormente nelle passioni violente; grande però e nobile lo è solo nello stato dell’unità, della tranquillità». (Cfr. pag. 38, Johann Joackim Winckelmann, Pensieri sull’Imitazione, a cura di Michele Cometa, Palermo, Aesthetica Edizioni, 2001.)

Una tranquillità che è proiezione del silenzio. «Un silenzio che silenzio non è, poiché passando tale affermazione attraverso il filtro della legge enantiodromica (come ci viene insegnato da Eraclito), la musicalità del verso, il suo gorgheggio lirico si trasforma immancabilmente nel suo opposto; un silenzio che quindi silenzio non è ma è suono assoluto, il quale procede secondo l’amplificazione di taciti riverberi, un anelito al raggiungimento della propria metà archetipica. Quel muto tacere non rappresenta la fine del tutto, perché “tacendo” la privazione si carica di una forte carica espressiva, riuscendo oltremodo a esprimere più di quello che riuscirebbe a fare un testo prosastico. Il silenzio così trova il suo apex in quella forma “muta” che lo rappresenta al meglio, e cioè la metafora; un polisemico insieme di elementi al pari d’una livrea, poiché in quanto unità del volo, le sue penne, così fuse nella strutturazione di un effetto unitario, si avvicinano al concetto di “drappeggio” scultoreo, nel considerare allo stesso modo le pieghe dei vestiti d’una statua greca come riverbero della parola sulla parola, un addossarsi dell’una sull’altra; in sostanza una propaggine concettuale che nel proprio metaforizzarsi si comporta al pari di quelle piccole pieghe che* “nascono con dolce moto dalle pieghe più grandi e si perdono di nuovo in esse con nobile libertà e dolce armonia del tutto”» (Cfr. Johann Joackim Winckelmann, Pensieri sull’Imitazione, a cura di Michele Cometa, Aesthetica Edizioni, Palermo, 2001).

* (Fabrizio Corselli, Nibelung e il Cigno nero – Postfazione, Linee Infinite Edizioni, 2013)