Malaspina – Maurizio Cucchi

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“Dopo aver toccato – quattro anni fa – uno dei suoi vertici in ‘Vite pulviscolari’, con la relativa frantumazione e dispersione del soggetto poetante, Maurizio Cucchi torna alla poesia in ‘Malaspina’ (un ‘laghetto’ ricco d’echi esistenziali e fonosimbolici) avvalendosi di una voce poetica ancor più profonda. Se si pensa anche ai successivi approdi narrativi dell’autore, si può leggere questo libro nuovo e compatto – animato da un’affabilità istintiva e rara nella poesia d’oggi – come il romanzo di un Io ricongiunto e tuttavia estraneo a ogni gravame scopertamente autobiografico o psicologico. La sezione d’apertura, “Berretto a sonagli”, ci restituisce un personaggio pirandelliano per nulla algido e sentenzioso, bensì proiettato in una dimensione “senza infingimenti” e obbligato a retrocedere “verso strati / sempre più occulti, come un archeologo, o un operaio / che manovra, nell’ignoranza / senza fine delle tenebre”. Nelle due successive si assiste a un processo di sprofondamento fisico e temporale nel passato, senza nostalgia né rimpianto per un ‘buon tempo antico’ del tutto inesistente. Piuttosto, ‘Malaspina’ agisce entro una quotidianità sospesa tra sogno e realtà, memoria involontaria e ironia, liquido amniotico e metamorfosi dell’umano nel vegetale, nel geologico, nel meccanico. Cronotopo del libro è una traversata di Milano insieme storica, toponomastica e vertiginosamente aperta a processi di sedimentazione cosmica e biologica.” (Alberto Bertoni)

Saga dei Regni del Nord – Work in progress 12

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Stesura in corso. Sezione “Draghi”.

I Seduti – Arthur Rimbaud

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I Seduti

Neri di natte, butterati, gli occhi cerchiati di occhiaie
verdi, le dita abbarbicate ai loro femori,
l’occipite piagato di placche scorbutiche
come fioriture lebbrose di vecchie mura;

Hanno innestato, con degli epilettici amori,
l’ossatura bizzarra ai grandi scheletri neri
delle sedie; i loro piedi alle sbarre rachitiche
s’intrecciano mattino e sera.

Questi vegliardi si son sempre intrecciati ai loro seggi,
sentendo i vivi soli lucidargli la pelle,
oppure, con gli occhi ai vetri dove sbiadisce la neve,
tremando col doloroso tremare del rospo.

E le sedie li trattano bene; imbragata
di bruno, la paglia cede ai lati delle loro reni;
l’anima dei vecchi soli s’illumina, racchiusa
nelle trecce di spighe dove fermentava il grano.

Ed i Seduti, ginocchia ai denti, verdi pianisti,
le dita che tambureggiano sulla loro seggiola,
si ascoltano farfugliare patetiche barcarole
ed i loro capoccioni ondeggiano d’amore.

– Oh! Non fateli alzare! È un naufragio…
Si ergono, miagolando come gatti battuti,
aprono lentamente le scapole e, oh rabbia!
i loro pantaloni si gonfiano sulle ampollose reni;

E li si sente scontrarsi con le loro calve teste
sulle mura scure, ciabattando con i loro piedi
e i loro bottoni degli abiti sono fulve pupille
che vi rapiscono lo sguardo dal fondo dei corridoi!

Hanno poi una mano invisibile che uccide:
al ritorno, il loro sguardo filtra quel veleno nero
che offusca gli occhi sofferenti della cagna battuta,
e voi sudate, presi in un imbuto atroce.

Si risiedono con i pugni annegati nelle lorde maniche
ripensando a coloro che li han fatti alzare
e, dall’aurora alla sera, grappoli di bargigli
fremono fino a crepare sotto i loro gozzi.

Quando l’austero sonno abbassa le loro visiere
sognano sulle loro braccia sedie fecondate,
e di avere tutt’intorno amorini di sedie
a circondare le fiere scrivanie;

Fiori d’inchiostro sputano pollini come virgole
li cullano, accucciati lungo i calici
come attorno ai giaggioli il volo delle libellule
– E il loro membro s’irrita sulle barbe delle spighe.